Donna. Avanguardia femminista negli anni ’70 dalla Sammlung Verbund di Vienna
A cura di Gabriele Schor e Angelandreina Rorro Galleria Nazionale d’ Arte Moderna di Roma
(19 febbraio – 16 maggio , 2010)
Di Arianna Cacciotti
Gabriele Schor (director and chief curator, Sammlung Verbund di Vienna) spiega il concetto di “avanguardia femminista” attraverso il percorso della mostra che offre ai fruitori più di 200 lavori solo ed esclusivamente portati a termine da DONNE.
Si parla di “avanguardia” perché in quegli anni ‘70 queste artiste condividono il rifiuto per la pittura, che per secoli le ha dipinte come prodotto di fantasie maschili, e l’interesse nei confronti delle modalità espressive nuove come la performance, il film, il video e la fotografia.
Queste donne hanno messo in gioco il proprio corpo, e sono state loro stesse a creare l’immagine della donna. Hanno messo in discussione se stesse e il proprio ruolo all’interno delle dinamiche sociali convenzionali, ribaltandone e criticandone il sistema. Le tematiche principali sono l’identità femminile, la differenza uomo-donna, il corpo.
Senza dubbio questo “movimento” artistico ha fatto da precursore delle tendenza degli ultimi decenni; tutta l’arte postmoderna ha origine dall’arte femminista dei ’70.
Le artiste in mostra sono:
Helena Almeida, Renate Bertlmann, Eleanor Antin, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Ketty La Rocca, Suzanne Lacy / Leslie Labowitz, Suzy Lake, Ana Mendieta, Martha Rosler, Cindy Sherman, Annegret Soltau, Hannah Wilke, Martha Wilson , Francesca Woodman, Nil Yalter.
La storia che mi ha più colpito è quella della giovane Francesca Woodman, morta suicida all’età di ventidue anni.
Francesca Woodman
(Denver 1958 – New York 1981)
Quasi tutta la produzione dell’artista vive nel rapporto tra il proprio corpo, oggetto e soggetto degli scatti, e il proprio sguardo, nella dialettica cioè che s’instaura fra la Francesca Woodman artista e la Francesca Woodman modella di se stessa. Di sé non offre mai alcuna visione idealizzata, eroica, caricata di particolari significati; al contrario, la propria immagine è sempre inserita nell’universo delle cose, come fosse una di esse o, meglio ancora, parte di esse. Come ricorda Bonito Oliva: le trame fotografiche segnalano attraverso la pura rappresentazione iconografica il bisogno di reintrodurre l’io narrante nell’inquadratura, il passaggio dall’ impersonalità puramente concettuale del linguaggio a una temperatura che afferma la presenza del soggetto.
Ecco allora che il corpo di Francesca quasi si assimila con l’intonaco dei muri, gioca con la propria ombra, compare da porte e finestre, si nasconde tra i mobili e gli oggetti; la luce ne sfalda la consistenza piuttosto che esaltarla, oppure ne tornisce le forme purché siano sempre colte come frammenti, come particolari. Tratti caratteristici e ricorrenti sono anche l’assenza del volto, tagliato via dall’inquadratura – o nascosto da maschere, dai propri capelli, da una torsione del collo o del busto – e la dimensione performativa, ben evidenziata anche dai pochi minuti di video girati dall’artista.
Si suiciderà all’età di ventidue anni, buttandosi da un palazzo di New York City.
« Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate »









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